Controlla quando va in onda il programma Questo secolo. Viaggio negli anni che contano: 1935 e dintorni: orario di oggi, stasera e nei prossimi giorni nella guida programmi TV.
Questo secolo. Viaggio negli anni che contano: 1935 e dintorni andrà in onda nei seguenti orari (potrebbero esserci spoiler):
'E adesso pover'uomo'. La serie si occupava di raccontare gli Anni Trenta in Europa, e Biagi la impostò più che sulle ricostruzioni e sulle immagini di repertorio, sul racconto diretto. Diretto, in quanto compiu - to in prima persona dai suoi intervistati, ma volutamente 'collaterale', si direbbe, nelle tematiche. Più che rievocare i grandi eventi della Storia, il giornalista chiede ai suoi intervistati di ripercorrere con tratti che si potrebbero definire impressionisti le atmosfere di vita di quell'epoca. Appare logico che ospitando testimonianze di personaggi come Alberto Moravia, come Paola Borboni, come Renato Rascel, il fuoco della trasmissione non sia puntato sulla scientificità del racconto, ma piuttosto sulle capacità evocative, sull'affabulazione. Ma Biagi è pronto a contraddire, con un colpo di teatro, la sua stessa scelta narrativa: tra i suoi "ospiti" c'è anche il figlio del Presidente Americano Roosevelt. Con la sua testimonianza torniamo al centro esatto della Grande Storia. Biagi rievoca la grande crisi del 1929, la depressione che ne seguì, in Europa e negli Stati Uniti, dove la crisi si era generata. Cerca soprattutto di portare alla luce, nei racconti dei suoi intervistati, come e quanto in quegli Anni Trenta in cui il fascismo era diventato l'unica dottrina nazionale, fosse percepita la gravità della situazione, ci si accorgesse cioè di essere sull'orlo del precipizio. Particolarmente significativo, in questo senso, sembra essere il racconto di Renato Rascel. L'attore, nel 1939, scriveva la canzone 'E' arrivata la bufera', il cui testo sembra alludere, seppure indirettamente, al rapido precipitare degli eventi nella direzione della catastrofe. Il messaggio, in quel tempo, non poteva essere diretto. Il sentire degli italiani doveva essere traslato in una canzonetta che oggi chiameremmo "demenziale" da un attore comico. E questo, per noi contemporanei, sembra essere qualcosa di più di un deja-vu. - di Enzo Biagi (1982)
FACCETTA NERA. Chi non ricorda le strofe di "Faccetta nera" e le suggestioni che porta con sé? L'ingenuo motivetto del 1935 evoca il desiderio di conquista di un'Italia in ripresa, la grandeur mussoliniana con l - "Africa nel mirino, altrettanto ingenua, e racconta più di quanto si creda il "clima" di una nazione. Si pensi che "Faccetta nera" viene scritta per essere cantata, in romanesco, ad un festival della canzone romana. Ma non è accettata e quindi ci si affretta a "tradurla" in italiano per riproporla nei varietà. Stavolta è un successo. Questa la scena che accoglie la canzone al debutto al Teatro Quattro Fontane di Roma: un" attrice dipinta di nero, in catene, viene magnanimamente liberata dalla primadonna, che veste succinti abiti tricolore, e che si affretta a far dono alla neo affrancata di una fulgida camicia nera. La canzone inquieta i vertici fascisti per l'eccessiva bonarietà nei confronti della popolazione abissina, ma il pubblico già la canticchia. Così, con un colpo di mano 'musicale', il Ministero della Cultura Popolare "sollecita" la modifica di alcuni versi, istantaneamente eseguita dagli autori. Ed ecco pronta la versione che conosciamo, fascistizzata, che farà da colonna sonora all'impresa etiopica. La vita della canzone, come abbiamo visto, è travagliata. Sarà lo stesso purtroppo, nonostante gli iniziali successi, per i sogni di gloria africani del fascismo. In questa puntata della sua serie, Enzo Biagi, con un suo documentario intitolato appunto 'Faccetta nera', ci racconta quegli anni ingenui, tragici e 'gloriosi'. - di Enzo Biagi (1982)
FACCETTA NERA. Chi non ricorda le strofe di "Faccetta nera" e le suggestioni che porta con sé? L'ingenuo motivetto del 1935 evoca il desiderio di conquista di un'Italia in ripresa, la grandeur mussoliniana con l - "Africa nel mirino, altrettanto ingenua, e racconta più di quanto si creda il "clima" di una nazione. Si pensi che "Faccetta nera" viene scritta per essere cantata, in romanesco, ad un festival della canzone romana. Ma non è accettata e quindi ci si affretta a "tradurla" in italiano per riproporla nei varietà. Stavolta è un successo. Questa la scena che accoglie la canzone al debutto al Teatro Quattro Fontane di Roma: un" attrice dipinta di nero, in catene, viene magnanimamente liberata dalla primadonna, che veste succinti abiti tricolore, e che si affretta a far dono alla neo affrancata di una fulgida camicia nera. La canzone inquieta i vertici fascisti per l'eccessiva bonarietà nei confronti della popolazione abissina, ma il pubblico già la canticchia. Così, con un colpo di mano 'musicale', il Ministero della Cultura Popolare "sollecita" la modifica di alcuni versi, istantaneamente eseguita dagli autori. Ed ecco pronta la versione che conosciamo, fascistizzata, che farà da colonna sonora all'impresa etiopica. La vita della canzone, come abbiamo visto, è travagliata. Sarà lo stesso purtroppo, nonostante gli iniziali successi, per i sogni di gloria africani del fascismo. In questa puntata della sua serie, Enzo Biagi, con un suo documentario intitolato appunto 'Faccetta nera', ci racconta quegli anni ingenui, tragici e 'gloriosi'. - di Enzo Biagi (1982)
'Sei condanne, due evasioni'. La fuga, nell'Italia fascista, non è solo un'esperienza pratica, reale e non di rado necessaria: è anche una risorsa 'morale', una "medaglia" da ostentare in faccia ai propri aguzzi - ni. Fuggire è dire no, con intransigenza, ad un modello obbligato di vita comunitaria che non si condivide. Dire no, e rilanciare. Perché non stiamo parlando certo di fuga dalle responsabilità, almeno non nei casi qui in esame oggi. Semmai, in gioco, c'è proprio l'opposto: fuga dall'omologazione, dall'uniformazione, dalla sottomissione. Chi fugge, in questo senso, è profondamente determinato ad assumersi il peso della propria individualità e delle scelte che da essa derivano. Al centro del racconto filmato dal titolo "Sei condanne, due evasioni" a cura di Enzo Biagi, sta non per nulla la figura di Sandro Pertini ed il suo vitale impegno nell'antifascismo. Un'altra Italia era possibile nella mente di quei giovani che, come Pertini, dicevano no, e provavano a costruire un'alternativa. Per rifiutare costruttivamente un modello, però, bisogna conoscerlo. Chi meglio di Pertini, allora, intervistato nel 1982 (dunque in un momento culmine della sua popolarità) da un giornalista di razza come Biagi, può aiutarci a ricostruire cosa è stato il fascismo per una generazione cui la Storia ha imposto quasi come un'investitura di diventare rappresentativa? Facciamoci allora guidare, in questo percorso di comprensione e di approfondimento, direttamente dalle sue parole. Sono le parole di un uomo che, comunque si voglia guardare, ha contribuito a fare buona parte della storia italiana del Novecento. - di Enzo Biagi (1982)
'Sei condanne, due evasioni'. La fuga, nell'Italia fascista, non è solo un'esperienza pratica, reale e non di rado necessaria: è anche una risorsa 'morale', una "medaglia" da ostentare in faccia ai propri aguzzi - ni. Fuggire è dire no, con intransigenza, ad un modello obbligato di vita comunitaria che non si condivide. Dire no, e rilanciare. Perché non stiamo parlando certo di fuga dalle responsabilità, almeno non nei casi qui in esame oggi. Semmai, in gioco, c'è proprio l'opposto: fuga dall'omologazione, dall'uniformazione, dalla sottomissione. Chi fugge, in questo senso, è profondamente determinato ad assumersi il peso della propria individualità e delle scelte che da essa derivano. Al centro del racconto filmato dal titolo "Sei condanne, due evasioni" a cura di Enzo Biagi, sta non per nulla la figura di Sandro Pertini ed il suo vitale impegno nell'antifascismo. Un'altra Italia era possibile nella mente di quei giovani che, come Pertini, dicevano no, e provavano a costruire un'alternativa. Per rifiutare costruttivamente un modello, però, bisogna conoscerlo. Chi meglio di Pertini, allora, intervistato nel 1982 (dunque in un momento culmine della sua popolarità) da un giornalista di razza come Biagi, può aiutarci a ricostruire cosa è stato il fascismo per una generazione cui la Storia ha imposto quasi come un'investitura di diventare rappresentativa? Facciamoci allora guidare, in questo percorso di comprensione e di approfondimento, direttamente dalle sue parole. Sono le parole di un uomo che, comunque si voglia guardare, ha contribuito a fare buona parte della storia italiana del Novecento. - di Enzo Biagi (1982)
'Sei condanne, due evasioni'. La fuga, nell'Italia fascista, non è solo un'esperienza pratica, reale e non di rado necessaria: è anche una risorsa 'morale', una "medaglia" da ostentare in faccia ai propri aguzzi - ni. Fuggire è dire no, con intransigenza, ad un modello obbligato di vita comunitaria che non si condivide. Dire no, e rilanciare. Perché non stiamo parlando certo di fuga dalle responsabilità, almeno non nei casi qui in esame oggi. Semmai, in gioco, c'è proprio l'opposto: fuga dall'omologazione, dall'uniformazione, dalla sottomissione. Chi fugge, in questo senso, è profondamente determinato ad assumersi il peso della propria individualità e delle scelte che da essa derivano. Al centro del racconto filmato dal titolo "Sei condanne, due evasioni" a cura di Enzo Biagi, sta non per nulla la figura di Sandro Pertini ed il suo vitale impegno nell'antifascismo. Un'altra Italia era possibile nella mente di quei giovani che, come Pertini, dicevano no, e provavano a costruire un'alternativa. Per rifiutare costruttivamente un modello, però, bisogna conoscerlo. Chi meglio di Pertini, allora, intervistato nel 1982 (dunque in un momento culmine della sua popolarità) da un giornalista di razza come Biagi, può aiutarci a ricostruire cosa è stato il fascismo per una generazione cui la Storia ha imposto quasi come un'investitura di diventare rappresentativa? Facciamoci allora guidare, in questo percorso di comprensione e di approfondimento, direttamente dalle sue parole. Sono le parole di un uomo che, comunque si voglia guardare, ha contribuito a fare buona parte della storia italiana del Novecento. - di Enzo Biagi (1982)